ROMANZI, RACCONTI E STORIE VERE

 

 

 

 

Formato: 15x21

 

Pagine: 120

 

Disponibilità: Disponibile

 

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Libro: CONVITTIADE: La mia vita per la scuola

Vorrei innanzitutto chiarire il perché del titolo di questo poemetto, anche se il sottotitolo lo dice esplicitamente. Non è il primo dei miei che allude all’Iliade o all’Eneide: nel 1988 ho scritto Italieide e Matureide (Ed. Il Ventaglio), che si riferivano a quel periodo. Successivamente, durante il governo di Berlusconi e la sua alleanza con Fini (diventata in seguito una rottura), ho scritto una buona parte della Berlusconeide e della Finiade, che, pur se incomplete, ho comunque inserito in un volumetto dedicato a personaggi della politica e della cultura del nostro paese (Brandelli d’Italia, Herald Editore, 2016). Recentemente ho scritto una seconda Italieide, che abbraccia, sempre in versi, tutta la storia d’Italia e degli Italiani, dalle origini sino all’attuale “Governo del cambiamento”. In questa Convittiade ho voluto fare un consuntivo della mia vita scolastica, dedicata con passione ed amore all’insegnamento, in particolare nei Convitti Nazionali, raccontandone alcuni episodi. Ho cominciato ad insegnare a quindici anni, quando ancora frequentavo la scuola, il primo liceo, nel ’41, a Firenze. Avevo infatti ‘saltato’ la quinta elementare e la seconda classe del ginnasio. Non posso dire se si sia trattato di una vocazione, se, cioè, come “poeta nascitur” così si possa nascere insegnanti o educatori, sta di fatto che in quel periodo mio padre, ufficiale di carriera, che aveva partecipato alla Grande Guerra come tenente degli arditi, si trovava in Russia, al seguito del generale Messe, e nella mia famiglia conviveva un’anziana maestra, che alla fine del primo dopoguerra aveva ospitato mio padre, e che vide nascere tutti noi figli (arrivammo a 11 nel ’44), di cui io sono il secondogenito. È stata praticamente, la nostra governante, ma noi la chiamavamo “nonnina”, sia perché i nostri nonni, quando nacqui io, erano già morti, sia perché lei era piuttosto piccola e minuta. Io le ero molto legato e l’ho sempre considerata la mia seconda madre, perché, essendo nato alla rovescia, cioè di piedi invece che di testa, e rimasto bloccato per parecchio tempo in quella posizione (tanto che la levatrice mi battezzò con un segno di croce sulla schiena), alla fine, uscito praticamente morto dal grembo materno, senza un lamento e senza il minimo respiro, lei mi soffiò dentro la bocca finché non mi ridiede la vita. Ogni pomeriggio, dunque, trasformavo il soggiorno in un’aula scolastica, mettendo insieme sedie, sgabelli e tavolini, e assistevo nei loro studi i miei fratelli più piccoli, rivedendo e correggendo i loro compiti di scuola, interrogandoli e impartendogli lezioni. Come in tutte le scuole, c’era sempre qualche spiritoso, soprattutto il terzogenito, il quale spesso si alzava, levando il braccio in alto, e mi poneva domande come questa: “Professore, nella frase ‘mio padre litiga con mia madre’, ‘con mia madre’ è complemento di unione o di divisione?”. Naturalmente avevo anche altre vocazioni, per la poesia, per la musica e per la pittura, a cui più tardi si sarebbe aggiunto il teatro: a cinque anni cominciai a suonare il violino, sostituito in seguito dal pianoforte perché il suono delle corde, così vicino all’orecchio, mi disturbava, nel ’36, a dieci anni, dopo avere ascoltato dalla viva voce del Duce, vestito da balilla e inquadrato nel mio plotone, la proclamazione dell’Impero, scrissi alcuni versi, che mio padre fece pervenire al destinatario, e di lì a poco un’altra poesia indirizzata a Giuseppe Bottai in occasione della sua nomina a ministro dell’Educazione Nazionale, e anche quella fu recapitata al destinatario, che mi rispose personalmente. A dodici anni vinsi il primo premio in un concorso internazionale con un acquerello raffigurante una dama e un cavaliere. Quanto al teatro, nel ’47, a Reggio Calabria, entrai a far parte della compagnia della città, recitando come protagonista nella Locandiera di Goldoni e in Due dozzine di rose scarlatte, di Aldo De Benedetti, e partecipando anche ad un concorso al teatro “Rossini” di Pesaro, come protagonista in Romanticismo di Girolamo Rovetta. Ma la mia prima vocazione rimase sempre l’insegnamento. Il mio impatto con la scuola, però, in prima elementare (non avevo frequentato l’asilo) fu traumatico. Non ci volevo andare e mia madre dovette trascinarmici a forza, mentre la gente rideva del mio pianto e della mia disperazione. Le pareti dell’aula erano letteralmente tappezzate di tabelloni riproducenti, in vario modo, le lettere dell’alfabeto e alcune parole. La maestra spiegava che qualunque fosse la forma della lettera la pronuncia era la stessa. La M di mela, per esempio, si scrivesse in corsivo, in grassetto o con gli svolazzi, aveva sempre lo stesso suono. Solo che bisognava stare attenti: in quel caso – diceva la maestra – la e non doveva essere né troppo chiusa né troppo aperta. E ce ne dava la dimostrazione ripetendo più volte la parola, sillabandola, strascicandola, per farci vedere come dovevamo atteggiare le labbra. Ma per quanti sforzi facesse le veniva fuori sempre “mèla”, con una e così aperta, così spalancata, che sembrava piuttosto una a. E dietro di lei tutta la scolaresca. Ebbene, da quel giorno ogni volta che il mio sguardo si posava su un oggetto subito nel mio cervello si formava il vocabolo corrispondente, il quale s’imponeva a tal punto sull’oggetto che l’oggetto quasi non lo vedevo più. Come per Mida tutto ciò che toccava si trasformava in oro, così per me tutto ciò che vedevo si trasformava in parola. La parola mi succhiava tutto, nel senso che mi si mangiava le cose, come avrei letto molti anni più tardi in Vicolo Cannery di John Steinbeck: “La parola è un simbolo e un piacere che succhia uomini e scene, alberi piante, fabbriche e cani pechinesi. Allora la Cosa diventa la Parola e poi ritorna la Cosa, ma ordita e intessuta sino a formare un fantastico disegno”. Già allora con le parole ci giocavo, non accostando le lettere stampate sui tasselli di legno o di cartone, come fanno tutti i bambini: mi divertivo a scombinarle, ad anagrammarle, un gioco spontaneo, istintivo. Così quando mi chiedevano una cosa e io non la sapevo, invece di dire “non lo so” rispondevo, d’istinto: “Sonnolò”. Ancora non sapevo nulla di anagrammi, né avevo letto il Vangelo di Giovanni, il quale esordisce dicendo che “in principio era la Parola”, che “la Parola era Dio” e che “tutte le cose sono nate dalla Parola” (cioè dall’essenza stessa di Dio). Né avevo letto il Sefer Yetzirah, secondo il quale Dio avrebbe creato il mondo non dal nulla, come sostiene la Chiesa (un’assurdità, in quanto Dio è tutto e dovunque non c’è che Lui), bensì dai suoni delle vocali insite nella sua essenza stessa, energia pura e cosciente, manipolando o anagrammando le parole in una serie innumerevole di combinazioni. Ebbene, col tempo, quel gioco mi portò a delle scoperte sorprendenti, mostrandomi, ad esempio, che il Diavolo e il Demonio non erano altro che un Dio alla rovescia, o sotto mentite spoglie, giacché dai loro anagrammi venivano fuori rispettivamente “Dio vola” e “meno Dio”. La mia prima scuola è stata la mia famiglia, in cui ho appreso e assimilato i valori fondamentali della vita e dello studio, come l’ordine, la disciplina, il rispetto dell’autorità, l’amore per la patria e per la famiglia stessa, valori che oggi sono pressoché scomparsi. Poi sono venute tutte le altre scuole, dieci in altrettante città, poiché mio padre quasi ogni anno veniva trasferito. Queste sono le città in cui sono vissuto nel Ventennio, con gli altrettanti tipi delle scuole che ho frequentato: a Napoli la prima e la seconda elementare, a Bologna la terza e la quarta. ‘Saltata’ la quinta, ho frequentato a Roma una parte del primo anno scolastico in un Istituto tecnico perché mio padre, considerata la mia vocazione per il disegno, per la pittura e per la musica, riteneva che quel tipo di scuola mi si adattasse di più, ma nel secondo trimestre sono passato alla Scuola Media “Michelangelo Buonarroti”. A Castellammare di Stabia ho frequentato la terza media, presso i Salesiani, a Palermo la prima classe del Ginnasio al “Vittorio Emanuele II”, conseguendo la medaglia d’argento come il migliore alunno della scuola, e ciò mi spinse a ‘saltare’ la seconda classe per passare al liceo, il “Galileo” di Firenze (dove ho avuto come compagno di classe Giovanni Spadolini). Il “Galileo” ha inciso molto nella mia formazione culturale, morale e spirituale, ma purtroppo vi ho frequentato solo la prima classe, dalla quale sono passato alla seconda a Bologna, nel liceo “Marco Minghetti”, da gennaio a marzo del ’43 (a volte il trasferimento della mia famiglia avveniva anche nel corso dell’anno scolastico) e successivamente ad Orvieto, quindi a Vignola, e a quel punto, stanco di tutti quegli spostamenti, preparatomi privatamente, con un terzo ‘salto’ sostenni al liceo di La Mirandola gli esami di maturità. Complessivamente, dunque, gli anni in cui ho frequentato la scuola sono stati dieci invece di tredici (fra le elementari, le medie, il ginnasio e il liceo). Nel ’44 la mia famiglia si trasferì a Castiglione delle Stiviere, nel mantovano, e io m’iscrissi alla facoltà di Lettere dell’Università di Milano, ma l’anno dopo, alla fine della guerra, avendo mio padre aderito alla Repubblica Sociale, per evitare rappresaglie, con una fuga allucinante, ce ne scappammo tutti a Reggio Calabria (in un esilio di stenti, di miseria e di fame, perché mio padre, “epurato”, era rimasto senza lavoro). Lì, non ancora laureato, contribuii con le mie lezioni private (soprattutto alla figlia del negoziante di alimentari che stava proprio di fronte alla mia casa) al mantenimento della famiglia, finché nell’ottobre del ’46, all’inizio dell’anno scolastico, ottenni il posto di istitutore al Convitto Nazionale “Tommaso Campanella”. Contemporaneamente scrivevo articoli per il “Corriere di Calabria” e per il “Giornale di Sicilia” e tenevo conferenze (leggendo anche mie poesie e suonando miei brani di musica classica al pianoforte) nei ‘Sabati della LI.AS.GO.’ (Libera Associazione Goliardica), di cui dirigevo la sezione artistica e culturale, e nella F.I.L.I. (Federazione Italiana Liberi Intellettuali), apprezzato dal pubblico e dai giornali locali che riportavano giudizi elogiativi sulle mie esibizioni. Nel ’47 pubblicai un saggio Sopra un’ode di Orazio e La Virtù (un poemetto in cui descrivevo le discordie del nostro paese), che la critica definì una “rivelazione potente e vigorosa di un’Arte non comune ai tempi d’oggi e vicina a quella del Foscolo e del Leopardi”, concludendo: “Il poemetto dimostra abbastanza bene una maturità compiuta, necessaria perché possa additare il giovane poeta al plauso delle menti più elette d’Italia”. A Reggio Calabria conobbi Roberto Lucifero, ex ministro della Real Casa, al quale feci dono della mia Virtù e che in compenso, essendomi laureato, mi fece avere una supplenza in una classe delle elementari del Convitto Nazionale di Lovere (il “Cesare Battisti”), nel bergamasco. L’anno successivo ottenni per alcuni mesi una supplenza al liceo classico di Castiglione delle Stiviere (dove ebbi fra gli alunni Mario Maranzana, che avrei poi rivisto e frequentato a Roma). Finalmente, dopo tanto peregrinare in lungo e in largo per tutta la penisola, ottenni l’incarico al Convitto Nazionale “Vittorio Emanuele II” di Roma (ch’era sempre stata per me la città ideale, il mio centro culturale, oltre che fisico e spirituale, e che dopo il matrimonio divenne la mia sede definitiva). Vi ho insegnato dal 1950 sino al 1978, sperimentando nell’arco di pochi anni (dopo le elementari e l’istituto tecnico) tutti i tipi di scuola, dalla media al ginnasio e quindi al liceo classico, con l’aggiunta, all’ultimo anno, delle ore d’Italiano in una classe del liceo scientifico piena di “ribelli”, che, come mi disse il Rettore nell’affidarmela, soltanto io potevo domare (ed è da quella classe che ho tratto il libro Lettera ad una scolaresca, dopo avere già pubblicato La scuola di Babele e Matureide. Questo poemetto è dunque il quarto libro che ho dedicato alla scuola. Unico professore di ruolo quando le scuole erano ancora parificate, nel Convitto di Roma ho rivestito quasi sempre l’incarico di vice preside (e per un anno di preside alla Scuola Media) e contribuito, quale segretario del Sindacato, alla statalizzazione di tutte le scuole dei Convitti Nazionali e all’accesso, come alunne esterne, anche alle donne. Quell’incarico mi portò a recarmi in altri Convitti Nazionali, per tenerli informati di quel che “bolliva in pentola” e per sentire le loro necessità: i Convitti di Parma, di Venezia, di Napoli e di Tivoli. Nel Convitto Nazionale di Roma i miei rapporti coi vari Rettori che si sono succeduti, coi colleghi e con gli alunni sono sempre stati improntati alla “collaborazione” (come mi aveva insegnato Gentile) e all’amicizia, se si pensa che ho frequentato la casa di due Rettori, all’interno del Convitto, impartendo lezioni ai loro figli, e che il Rettore Dante Affaticati venne al battesimo del mio primo figlio e quindi a casa mia per festeggiare l’avvenimento. Insieme a lui c’era Monsignor Gian Pietro Pozzi, allora professore di Religione al Convitto, che sarebbe diventato Protonotario Apostolico, Officiale della Congregazione per le Chiese Orientali, nonché Archimandrita del Patriarcato di Antiochia dei Greci, ma soprattutto uno dei miei amici più cari, che mi chiamava “maestro” e di cui presentai un libro a Fidenza (ospite in casa sua). Nell’Aula Magna del Convitto di Roma ho tenuto spesso conferenze e lezioni collettive, di cui voglio ricordare l’orazione funebre per la morte di Pier Paolo Pasolini. Mentre insegnavo al Convitto di Roma, essendomi stata assegnata la cattedra in una scuola statale, ho insegnato contemporaneamente prima al liceo classico Plinio Seniore e poi al liceo scientifico Guido Castelnuovo. Avevo infatti chiesto e ottenuto di mantenere alcune ore al Convitto Nazionale, sia perché il Ministero consentiva che in aggiunta al numero di ore di insegnamento richieste dalla cattedra si potesse coprirne altre sino al raggiungimento di 24 settimanali, sia perché, essendo in corso le pratiche per la statalizzazione nei Convitti Nazionali della Scuola Media, del Ginnasio e dei Licei, non volevo perdere la possibilità di avere in quella sede la mia cattedra, visto che abitavo a pochi passi dal Convitto. Dovetti quella cortesia al Vice provveditore De Luca, che mi stimava molto, al punto che mi affidò uno dei suoi figli come alunno privato e poiché abitava all’Eur il suo autista veniva a prelevarmi e poi mi riaccompagnava a casa. Questa, in breve, la mia vita scolastica, da studente e da insegnante, ma posso dire di avere insegnato a tutta l’Italia attraverso la “Radio per le scuole” con sceneggiati ideati e scritti da me, di carattere storico (quali I grandi antagonisti, Le svolte della Storia, Al tempo di…) e linguistico (La parola alla Parola! e Parole alla sbarra, che mi valsero la nomina di membro del “Comitato Ministeriale per la salvaguardia della lingua italiana”, insieme con Tullio De Mauro e Giovanni Nencioni), oltre che in altri programmi radiofonici e televisivi della Rai e di altre Reti private fra cui Teletevere, Televita e la Tef di Perugia (con Oreste Lionello). Da La parola alla Parola Luciano Rispoli trasse la sua trasmissione televisiva Parola mia, mentre Giovanni Gigliozzi da un mio progetto sui Caffè storici italiani ricavò la trasmissione radiofonica In diretta dal Caffè Greco, sul quale alcuni anni dopo andò in onda su Rai1 un mio sceneggiato televisivo. Nel corso della mia collaborazione con la Rai ho recensito parecchi libri e intervistato diversi scrittori, fra cui Salvator Gotta, Alberto Bevilacqua, Sergio Saviane e Vittorio Sgarbi. Un’altra intervista la feci al custode del Vittoriale, che mi raccontò episodi inediti di d’Annunzio. Io stesso sono stato intervistato dalla Rai per la pubblicazione di due miei libri, ho curato tre servizi televisivi nel programma Dieci minuti di… e sono stato invitato a Uno Mattina (con Franco di Mare) per parlare della vecchiaia e della saggezza, della quale avevo scritto e pubblicato un elogio. Negli ultimi anni, sino a poco tempo fa, sono intervenuto come relatore in molte manifestazioni culturali organizzate e dirette da una mia carissima amica giornalista, Paola Zanoni, mia collaboratrice in un saggio sugli Italiani. Tornando alla Scuola, devo dire che purtroppo dalla fine della guerra è andata scadendo sempre di più, anche a causa di molti insegnanti che vi avevano introdotto la politica, provocando scontri fra gli studenti di destra e quelli di sinistra, quando il loro primo dovere (come dei politici e soprattutto dei capi di Stato) era quello di pacificare gli animi e di riconciliare tutti gl’Italiani. Al tempo del Fascismo la scuola era un modello di perfezione sotto tutti i punti di vista: l’“educando” veniva considerato nella sua integrità, animo e corpo, e conseguentemente riceveva un’educazione “globale”, sul piano fisico, intellettuale e morale. L’insegnante e l’alunno erano dei “collaboratori”, e in quanto tali “affratellati ed uniti per conquistare le forze del creato, misurarle e guidarle con gli apparecchi della scienza”. Oggi guai a parlare di selezione e di meriti: gl’insegnanti stessi scrivono appelli e petizioni contro una scuola che “discrimina docenti di valore e no”. “Tutti bravi”, ha commentato Giordano Bruno Guerri, “così come si pretende che siano uguali gli insegnanti che intendono il loro lavoro come una sinecura, un impiego a mezzo servizio, e quelli che lo svolgono con passione civile e culturale, aggiornandosi e amandolo”. In due libri, Insegnanti bocciati, di Evaristo Breccia, e Scuola sotto zero, di Luigi Volpicelli, sono riportate alcune risposte strampalate di certi insegnanti agli esami di abilitazione all’insegnamento (“La Signoria di Milano fu fondata da Lorenzo de’ Medici”, “Antonio Labriola è stato il fondatore della Compagnia di Gesù”, “Giosuè Carducci era un forte oratore sindacalista dell’Ottocento”, e così via). D’altronde io stesso, che nel ’62 sono stato commissario agli esami di abilitazione, ho potuto constatare il grado di preparazione degli insegnanti. Una delle cause del loro livellamento è stata l’abolizione delle note di qualifica e del concorso per merito distinto, un istituto nato con la riforma Gentile che portava ad una accelerazione di carriera. Il mito dell’egualitarismo ha introdotto mediocrità, pigrizia e menefreghismo, sia negli insegnanti che negli studenti. Tutto ciò dispiace ad un insegnante onesto e preparato che per la scuola ha dato la vita nel senso pieno e concreto dell’espressione, stimato e amato da tutti, e che alla fine di ogni anno scolastico ha ricevuto dai vari rettori e presidi giudizi (le “note di qualifica”) come questo: “Docente dotato di non comuni capacità didattiche e di vasta cultura, si è sempre dedicato all’insegnamento con senso di responsabilità e notevole impegno. I risultati conseguiti sono sempre stati pienamente soddisfacenti. Carattere serio e ponderato, rispettoso verso i superiori, pienamente cosciente della dignità del suo ufficio, mantiene con i colleghi e le famiglie rapporti improntati a cordialità e reciproco rispetto. È benvoluto e stimato dagli allievi che ne seguono, con profitto, l’insegnamento”. Da quando sono andato in pensione (nel 1978, con la legge che attribuiva sette anni in più agli orfani di guerra), ho sempre avuto occasione di recarmi al Convitto (che, come ho accennato, si trova a due passi da casa mia), o perché invitato ad una festa, o di mia iniziativa, poiché per me il Convitto di Roma è stato, ed è tuttora, come una grande famiglia, e ho potuto conoscere i rettori che si sono via via succeduti, così come ho sempre tenuto contatti con i miei ex alunni, o nelle riunioni e nelle cene da loro organizzate, o perché loro stessi mi hanno scritto o telefonato, sicché li ho visti gradualmente crescere: molti hanno superato i sessant’anni, alcuni se ne sono andati e di qualcuno sono stato anche al funerale.

Autore: Mario SCAFFIDI ABBATE

MARIO SCAFFIDI ABBATE, ex professore d’Italiano e Latino nei licei, accademico tiberino e membro della Norman Academy, ha esordito nel giornalismo e nella letteratura all’età di venti anni. Quindi ha collaborato per più di un ventennio ai programmi culturali della RAI, con sceneggiati radiofonici originali di carattere storico (fra cui Le svolte della Storia, I grandi antagonisti e Al tempo di…) e linguistico (La parola alla parola! e Parole alla sbarra). Contemporaneamente componeva brani di musica classica e leggera, trasmessi pure dalla RAI, incidendo un disco con la Casa editrice Fonola. Esordiva anche nel teatro come attore protagonista (La locandiera, Mezza dozzina di rose scarlatte e Romanticismo). Ha scritto anche testi per la televisione (Rai) e ha partecipato ai programmi culturali di Teletevere, di Televita, della Tef di Perugia e di Città Celeste. Ha collaborato al mensile “Roma, ieri, oggi e domani” e alla “Grande Enciclopedia di Roma” con la voce “Imperatori” (Newton Compton Editori). Fra i tanti riconoscimenti ha ricevuto il Premio Nazionale per la Cultura Roma Alma Mater e il Premio Excellence Award. Ha fatto parte del “Comitato Ministeriale per la salvaguardia della lingua italiana”. Ha diretto il periodico CULTURA, è stato vice direttore della rivista MyTime; attualmente è direttore responsabile del Conciliatore nuovo e collabora a due riviste giuridiche, Foro Romano e Temi Romana. Ha pubblicato una settantina di libri, fra romanzi, saggi, commedie, poesie e traduzioni di testi latini e greci. Fra le opere originali: La Virtù, Caos, La scuola di Babele, Italieide, Matureide, Il mondo dello yoga, Avanti march! Elogio della follia (Primo Premio internazionale), Elogio della saggezza (presentato al programma Unomattina della Rai), Iniziazione alla saggezza, L’Italia dei Caffè (di cui sono andate in onda sulla Rai due interviste e uno sceneggiato), Le Porte dell’Infinito, Il Signore si diverte, La Gatta, Il mistero del Cristo senza croce e La grande bellezza degli Italiani (Ed. Curcio), Lettera a una scolaresca, Brandelli d’Italia, Il Fascismo in presa diretta e Perdonami, papà (Herald Editore). Per la Newton Compton Editori ha tradotto Orazio, Virgilio, Terenzio, Seneca, Plutarco, Cicerone, Ovidio e Marco Aurelio. Congedatosi dall’insegnamento, ha ripreso la sua attività teatrale, collaborando come coautore di testi e come narratore, con Oreste Lionello (Le Nuvole, L’eunuco, E adesso poverOblomov?) e con i Pandemonium (Il gobbo delle nostre dame e 30 anni di clamorosi successi).