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Sapore di rosso – al di là dell’aldiquà

Questo libro non è una delle solite e comuni autobiografie, perché l’Autore è un uomo unico e particolare, dotato di una straordinaria intelligenza e cultura, che ha sempre posseduto fin da bambino, chiuso in un mondo percettivo in balìa di una conflittualità dei sensi che ricorda, in una contrapposizione esasperata e disperata, la dimensione assoluta, in cui le prerogative di Dio, invisibili nella sua essenza invisibile (l’energia nel suo stato sottile, come dimostra il fulmine che da una scarica elettrica invisibile si trasforma in fuoco) sono, come dice Dante, tutte “conflate” insieme, mescolate e fuse in un abbraccio  amoroso, pacifico ed armonico, che, trasferite nel mondo relativo, che è lo stato concreto e visibile dell’energia stessa, si rendono, come dice Cartesio, chiare, distinte e contrapposte, ponendosi, nella mente dell’uomo (che è sempre Dio nella sua veste umana), in “relazione” fra loro. L’uomo è un animale dialettico, e quello di Dio nel mondo è un gioco dialettico, come l’Autore ha già dimostrato in altri suoi libri. Praticamente, partendo da bambino, Egli è arrivato da solo, prima inconsapevolmente ma poi con una certezza assoluta, a questa conclusione. Un essere umano che ha avuto il coraggio e l’ostinazione di esplorare e mettere a nudo se stesso e la sua complessa interiorità, dotato fin dai primi anni di una particolare capacità di intuizione e sensibilità che gli si rivelano quando, all’età di quattro anni, si contempla per la prima volta interamente in uno specchio, scoprendo insieme alla semplice esteriorità del riflesso anche il suo intimo che lo porta a compiere i primi passi alla ricerca, ancora inconscia, della verità, della conoscenza e della saggezza.

Come mirabilmente è scritto nella Prefazione, questa autobiografia originale, “metafisica”, cioè al di là degli episodi che caratterizzano la vita esteriore dell’uomo, forse più unica che rara, è anche un saggio di psicologia, in cui vengono trattati innumerevoli e interessanti argomenti che riguardano i sensi, i sentimenti, la società, i ricordi, il destino, la meditazione, la religione e infine l’illuminazione, tutti trattati in uno stile originale, con una capacità piuttosto rara che ha portato quella che poteva sembrare una malattia o una suggestione al di là del mondo reale, oltre i suoi simili e oltre se stesso, alla scoperta di una verità, raggiunta non secondo una logica particolare (“tutta la logica di questo mondo è stoltezza di fronte a Dio”, diceva San Paolo), ma attraverso un’analisi profonda e dettagliata del proprio io, quale non ha fatto nemmeno Freud, grande neurologo, psicoanalista e filosofo, fondatore della psicoanalisi.

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Autore

  • Mario Scaffidi Abbate

    La biografia di Mario Scaffidi Abbate è molto complessa e difficile da ricostruirsi. Sono innumerevoli gli episodi della sua vita, spesso più unici che rari, di cui soltanto nei suoi libri pubblicati e nei suoi scritti vari si può cogliere qualche sprazzo. La sua attività molteplice, di professore, di giornalista, di fondatore, di direttore e vicedirettore di riviste, di critico letterario, di traduttore, di sceneggiatore in diversi programmi della RAI, la sua vocazione per la pittura, per la musica e soprattutto per la poesia, che gli valse molti premi, e persino nel teatro, non si può descrivere in poche parole. In tutti i campi della cultura è stato veramente un personaggio raro. Come un novello Pindaro, “quasi torrente che alta vena preme”, ha scritto versi a non finire, di cui una buona parte, essendo manoscritti, nemmeno nel computer ha potuto riversare. Vale per lui la frase di Olindo Guerrini (citata da lui stesso in uno dei suoi libri, L’antro acherontico) “O manoscritti miei gettati al vento!”.

Prefazione

Questa che ho l’onore di presentare non è una delle solite e comuni autobiografie, perché il suo autore è un uomo unico e particolare, dotato di una straordinaria intelligenza e cultura che ha sempre posseduto fin da bambino, chiuso in un mondo percettivo tutto suo con una conflittualità dei sensi e il rifiuto della realtà comune. Un uomo che ha avuto il coraggio di esplorare e mettere a nudo se stesso e la sua complessa interiorità, esaminata sia singolarmente che nei rapporti con il mondo esterno, dotato fin dai primi anni di una particolare capacità di intuizione e sensibilità che gli si rivelano quando si contempla per la prima volta interamente in uno specchio, scoprendo insieme alla semplice esteriorità del riflesso anche il suo intimo che lo porta a compiere i primi passi alla ricerca, ancora inconscia, della verità, della conoscenza e della saggezza.

Specchiandosi si riconosce solo in parte perché col suo dualismo non si limita a guardare passivamente una immagine, ma si rende conto di vivere nel nostro mondo e anche in una dimensione parallela, ma per lui altrettanto veritiera. Così pure gli succede nei suoi rapporti con i sensi: basti pensare che anche ogni sapore e ogni altra sensazione hanno per lui un colore determinato e per questo il titolo del libro è Sapore di rosso.

Già da bambino, poi da adolescente e da uomo maturo, il suo pensiero è sempre andato alla velocità della luce, e lo va tuttora, molto più della parola che nel suo scorrere è più moderata. Questa capacità, piuttosto rara, lo ha sempre portato oltre: oltre il mondo reale, oltre i suoi simili e oltre se stesso.

In questo libro, ch’è anche un saggio di psicologia, che fa l’analisi di un mondo interiore, spirituale, psichico e mentale, vengono trattati innumerevoli e interessanti argomenti che riguardano i sensi, i sentimenti, la società, i ricordi, il destino, la meditazione, la religione e infine l’illuminazione, tutti trattati in uno stile originale.

“Nessuno dubita che in avvenire l’uomo sarà in grado di conseguire stati superiori di coscienza e, se questa coscienza esiste il realizzarla dovrebbe essere lo scopo della vita”. Così conclude l’Autore: sono parole che contengono un esplicito incitamento a sviluppare, ad arricchire e a migliorare sempre di più il nostro mondo interiore.

“Per essere unici bisogna essere speciali”, ha detto Coco Chanel, e io voglio concludere definendo il professor Mario Scaffidi Abbate “una persona unica e speciale degna della più grande ammirazione”, la cui conoscenza e la cui saggezza cercherò di estendere e di diffondere il più possibile, affinché siano molti i lettori di questo splendido libro.

 

Paola Zanoni

Presidente Academy of Art and Image

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Paola Zanoni, giornalista, organizzatrice e conduttrice di numerosi eventi culturali, laureata in Scienze Politiche, ha alle spalle tanta esperienza nel mondo dello spettacolo, come protagonista di trasmissioni televisive a carattere sociale. Molte sono le sue onorificenze, fra le quali quelle di Ufficiale al merito della Repubblica Italiana, di Presidente della Academy of Art and Image e di Consigliere AEREC.

 


 

Premessa

Per molti anni ho meditato di scrivere un’autobiografia “metafisica”, che cioè trascendesse la realtà fisica, materiale, della mia vita, e che parlasse, invece, del mio mondo interiore, spirituale, psichico e mentale. Ma ho sempre rimandato, sia perché impegnato nella stesura di altri libri, sia perché sono piuttosto riservato e chiuso in questo campo, in cui però mi sono aperto nelle poesie.

Fra l’altro le autobiografie generalmente non sono tanto gradite: in molti casi i lettori non credono a ciò che l’autore racconta, lo considerano frutto di immaginazione, di fantasia, che serva a rendere più appetibile e interessante la narrazione. Sul finire dell’Ottocento si riteneva che ogni scrittore tendesse a nascondere la sua vera personalità, dicendo l’opposto di quello che era. Alcuni scrittori, come Nietzsche e Kierkegaard, e in particolare la psicanalisi con la scoperta del subcosciente, confermarono questa credenza, arrivando alla conclusione che l’uomo ha una doppia esistenza, è angelo e demone insieme (Dostojevskij).

Berdiaev nella sua Autobiografia spirituale scrive che “nel più profondo subcosciente di ogni uomo, nel suo ‘io’ deteriore, vi è spudoratezza, criminalità potenziale”, e cita Gide e Tolstòj, definendo il primo “un maniaco della sincerità” che dice di sé anche tutto ciò che è brutto e ripugnante, il secondo “uno dei più veritieri scrittori della letteratura del mondo, un grande amico della verità”, che però esagera in modo straordinario le sue colpe, definendosi ladro e  assassino, ma in realtà parlando, più che dei suoi, dei peccati dell’uomo in generale.

L’uomo, nel suo intimo, è un mondo molto più ricco, più complesso e più misterioso di tutta la realtà che lo circonda. E’ un microcosmo, in cui operano le stesse leggi che governano l’universo (“la circular natura ch’è suggello alla cera mortal”) e in cui c’è dentro tutto, tanto più se si pensa che in ciascuno di noi “sonnecchiano” le storie di tutti, alle quali un filtro, nel nostro cervello, impedisce di manifestarsi, altrimenti non potremmo essere quelli che siamo, avere una nostra personalità, e se in noi parlassero pure altri sarebbe la pazzia, com’è accaduto a Nietzsche, il quale impazzì proprio perché dentro di sé sentiva tante voci estranee, un fenomeno che accadeva anche a me quand’ero ragazzo, e che possono confermare questi versi:

 

Saliva dall’abisso
torbido della mia
tormentata coscienza
come un fremito enorme,
pareva che tutte le forme
e le potenze dell’essere
emergessero
dalla mia sostanza di uomo.
Un coro immenso di voci,
confuse e discordi,
udivo dal profondo
quasi fin dai primordi
della vita,
come se un’infinita
metamorfosi,
meravigliosa e terribile,
si compisse dentro di me.

Molte volte, alla fine di quel travaglio, la coscienza, che in me è sempre stata lucidissima e controllatissima di fronte a tutto ciò che accadeva fuori e dentro di me, si smarriva e io esplodevo in un grido che sembrava non aver nulla di umano.

L’antico demone
delle mie notti insonni
m’assale.
Erompe dal fondo
torbido della mia
smemorata coscienza,
incontenibile, il folle
grido!

In tutti i miei libri, più o meno, ho parlato di me, come generalmente fanno gli scrittori, ma si è trattato più che altro di episodi della mia vita esteriore (come in Caos, il mio primo romanzo, scritto, peraltro in terza persona, e in Avanti march!), mentre in questa autobiografia ne appaiono solo alcuni, di passaggio o di sfuggita, quando è necessario, a chiarimento del mio travaglio interiore. Ma non c’è nulla d’inventato: lo confermano le poesie che andavo scrivendo, e di cui qui riporterò ogni tanto alcuni versi, come ho fatto più sopra, quali testimonianze autentiche e sincere, e anche per distrarre un poco i lettori.

La narrazione non segue un ordine cronologico ma procede come mi ha spinto l’estro, secondo i temi e i problemi che hanno caratterizzato la mia vita spirituale, e il racconto si svolge liberamente, senza uno schema preventivo. E’ come se il libro fosse il resoconto, spontaneo e spassionato, di un paziente disteso sul lettino di uno psicanalista.

Quanto al sottotitolo, Al di là dell’aldiquà, è un’espressione che ho ritenuto spontanea e originale, ma che a un certo punto, come faccio sempre per non essere accusato di plagio, ho cercato e scoperto su Internet, in cui ormai si trova di tutto e di più, ma essa resta comunque una mia invenzione, mentre i titoli degli articoli che scrivo per i giornali, certe volte, come conferma la data, sono gli altri che li copiano da me. Io sono sempre stato uno specialista nei titoli dei miei libri, come lo ero nei temi che assegnavo ai miei alunni, che inducevano alla riflessione e alla scoperta di cose che non conoscevano.

A questo proposito devo fare una precisazione, che ritengo necessaria affinché i lettori possano fin dall’inizio farsi un’idea del mio pensiero. Lo spunto (anche questo non è un caso o un’idea predisposta, ma mi è venuto spontaneo in questo stesso istante) mi è dato da una frase di Margherita Hack in un suo discorso riportato da un telegiornale, in cui, parlando appunto  dell’aldiquà e dell’aldilà, disse: “Mi sono sempre interessata più dell’aldiquà che dell’aldilà e non ho paura della morte, perché sono convinta, come Epicuro, che finché ci sono io non c’è la morte, e che quando c’è la morte non ci sono più io”. Una frase riportata da Lucrezio che nel terzo libro del De rerum natura dice: “Nihil mors est ad nos neque pertinet hilum”.

Ebbene il mio pensiero, anzi, direi tutti i miei pensieri più che a questo mondo (l’aldiquà) si riferivano all’all’aldilà, non al destino dell’uomo dopo la morte, se cioè la nostra attuale coscienza (quelli che siamo o ci sentiamo ora) continuasse dopo la morte del corpo, ma riferito a Dio, alla sua dimensione assoluta. L’espressione di Epicuro, e di Lucrezio, riguarda la fine dell’uomo, il suo passaggio dall’essere al niente: quello che noi, e soprattutto la Chiesa, definiamo il nulla non esiste. Eraclito diceva: “Nulla si crea e nulla si distrugge: tutto esiste da sempre. Panta rei, tutto scorre, e si trasforma”.

D’altra parte l’idea dell’anima del Cristianesimo è riconducibile a Pitagora e a Platone e consiste in una visione dualistica e metafisica che distingue lo spirito dalla materia, l’anima dal corpo e così via, quando la sostanza o l’essenza della Divinità (di cui Do è la Parola, l’ordinatore, l’organizzatore, non il creatore di tutte le cose), è una sola in due stati diversi: l’energia nel suo stato sottile e invisibile e l’energia nel suo stato concreto e manifesto. Ma possiamo dire che esiste veramente solo perché noi la vediamo e la tocchiamo? E i sogni? Da dove vengono?

L’esempio più evidente e che dimostra che la sostanza è una lo offre il fulmine, il quale nasce da una scarica dell’energia nel suo stato sottile, che si trasforma in fuoco. Il dualismo è solo apparente e appartiene alla sfera dialettica di Dio, che vive e parla nell’uomo. La Chiesa cattolica non la pensa così, perché crede in Cristo che, dopo la sua morte, risorge col corpo, sale in cielo e siede alla destra del Padre onnipotente, addirittura “distinto” e coeterno a lui, quando padre e figlio si diventa nel tempo.

Ora, secondo me, un uomo di cultura non può liquidare una questione di questo genere come fa la Chiesa cattolica, la cui massima ricorrente (solo perché lo ha detto San Paolo) è che “Bisogna credere per fede”, dove già quel “bisogna” è una imposizione. E le altre religioni non valgono niente? San Paolo non è il Padreterno. Anch’io, pur non essendo santo, ho avuto fin da bambino delle visioni, che in un primo tempo, sino all’età di vent’anni, ho attribuito a Dio, e di cui parlerò più avanti.

Quanto a Caos, che, come ho accennato è stato il mio primo libro autobiografico, pubblicato nel 1953 e ristampato nel 1958, devo aggiungere che avevo già alle spalle un cumulo di scritti, in prosa e in poesia, fra i quali due diari, uno in cui annotavo i fatti, familiari ed extra familiari, l’altro di natura religiosa, in cui parlavo con Dio, che a un certo punto intitolai Le mie confessioni sulla scia di Sant’Agostino, e che in mezzo al caos che c’era nella mia mente trovavo consolazione in tre ideali, i più alti e i più sublimi: l’amore per Dio, per la Patria e per il Duce. Non conoscevo ancora Giuseppe Mazzini e il suo famoso trinomio. Nella mia famiglia vivevo come un estraneo: fra i miei fratelli (10 alla fine) solo il primogenito mi capiva, mentre mio padre mi prendeva per pazzo e chiamava fissazioni i fenomeni strani che mi accadevano. Anche i preti, che pur credevano, come tuttora credono, nei miracoli, mi trattavano male, perché per loro solo i santi ne sono degni, amati, ispirati e guidati da Dio. Però quand’ero bambino (ho frequentato dodici parrocchie in altrettante città), sedutimisi accanto con la scusa di convertirmi ad una fede cieca, mi accarezzano e sorridendo “beffardamente” alle mie domande e alle mie risposte, m’infilavano la mano fra le cosce nude.

 

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