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Sepolcri imbiancati

INTRODUZIONE

 Destra e Sinistra

La Destra e la Sinistra, come tutte le cose di questo mondo, risalgono a Dio, che l’Antico Testamento e la Chiesa raffigurano, anche nella sua sfera assoluta, come una “persona” seduta al centro con a destra il Figlio e alla sinistra lo Spirito Santo, “distinti” fra di loro, così dice la Chiesa (e sulle tre “persone” “distinte” della Trinità ci sarebbe molto da discutere, come io ho già fatto altrove più di una volta). Ma mentre nella sfera assoluta (dal latino absolutus, che significa sciolto, slegato da ogni rapporto o relazione) gli “attributi” di Dio sono tutti mescolati insieme (Dante dice “conflati”) come in un abbraccio amoroso ed armonico, nella sfera relativa, quando Dio stesso entra nel mondo che ha creato a tale scopo, soprattutto nell’uomo, si fanno visibili, chiari, divisi e contrapposti.

Destra e sinistra, dunque, anche nella politica, dipendono dal nostro punto di vista: se guardiamo una persona che ci sta di fronte o se ci vediamo allo specchio la destra risulta alla nostra sinistra, e viceversa. Ma è fuori dubbio che nel corpo umano il braccio destro è quello più usato e più forte, ma comunque il sinistro gli è molto spesso di aiuto, e i due lavorano, come si dice, “d’amore e d’accordo”. È l’uomo, o Dio nella sua veste umana, che opera una distinzione, ma la destra e la sinistra sono di per sé due “simmetrie capovolte”: l’una vale l’altra.

Con la creazione dell’uomo, dunque, Dio avrebbe dato inizio ad un processo o gioco dialettico, creando le contrapposizioni, la tesi e l’antitesi, che sono proprie del linguaggio umano: una convenzione necessaria per “portare avanti il discorso” (e il progresso), come vediamo nei dibattiti, soprattutto politici. Ma dopo la tesi e l’antitesi, come dice Hegel, dovrebbe venire la sintesi: cioè la fusione degli opposti, e questo è il male di fondo della politica italiana, che resta ferma alla tesi e all’antitesi, in cui hanno ragione tutti, senza mai pervenire, se non in casi rarissimi, a una fusione. Sul piano politico l’uso dei vocaboli Destra e Sinistra risale alla Rivoluzione francese, quando i “conservatori” (monarchici) presero posto nei banchi che stavano alla destra del Presidente, mentre i “progressisti”, antimonarchici, si sedettero alla sua sinistra: un fatto, dunque, puramente formale e casuale.

In Italia il termine Destra si riferiva al partito moderato che si raccoglieva intorno a Cavour, che dominò la politica piemontese e, successivamente, quella italiana. La differenza fra la Destra e la Sinistra sta dunque nel punto di vista da cui i due movimenti vedono e giudicano la società e, conseguentemente, nelle ricette o nei programmi che vogliono mettere in pratica per migliorarla. Perciò i due punti di vista, distinti e contrapposti, sono entrambi legittimi, tanto che oggi in alcuni politici della Sinistra, che ha abbassato un po’ i toni rispetto al passato, è invalso l’uso di rispondere (forse ipocritamente, come i farisei) all’avversario che ha esposto un parere contrario al suo: “Opinione legittima, per carità”, al che Vittorio Sgarbi osservò che “un’opinione non è legittima quando si tratta di una palese menzogna”.

Comunque l’opposizione, sia di destra o di sinistra, deve essere costruttiva in quanto anch’essa partecipa all’opera del Governo, per il bene del Paese. Tuttavia in Italia, mentre la Destra, anche all’opposizione, è sempre stata aperta al confronto, serena e misurata nel suo linguaggio, la Sinistra, fedele ai metodi della rivoluzione bolscevica, ha sempre seguito, per partito preso, anche se intimamente concorde con la Destra, la tattica marxista e leninista dell’opposizione ad oltranza, della sopraffazione, spesso anche fisica, e della criminalizzazione dell’avversario.

“Farèm come la Russia, farèm come Lenìn”, andavano gridando i comunisti nel primo dopoguerra, sventolando le loro bandiere rosse, e se qualcuno al loro passaggio non levava in alto la mano col pugno chiuso in segno di saluto, lo prendevano a randellate. Per non parlare di tutto il resto. Sta qui la differenza fra la Destra e la Sinistra italiane: nel linguaggio, negli insulti, nell’arroganza, nella prevaricazione della Sinistra, nella sua presunzione di essere migliore della Destra. Nietzsche definiva ironicamente “anime belle” i denigratori degli avversari politici.

Il 28 febbraio del 1879 nel Manifesto d’una Rassegna settimanale, Giosuè Carducci tracciò un quadro della politica italiana che si adatta perfettamente ai giorni nostri (“Nulla di nuovo sotto il sole”). Dopo avere esordito dicendo che “il vero bisogno dell’Italia non è la politica, alla quale vanno attribuiti la maggior parte dei mali, per questo escludere tutte le altre questioni e interessi, per questo assorbire il miglior succhio della vita paesana”, scriveva: “L’Italia che lavora e paga ha ragione di dire ai suoi reggitori: ‘Io ho bisogno di agricoltori e d’industriali, e voi moltiplicate gli avvocati; io vorrei anche adornarmi di dotti, di letterati, di scrittori, e voi moltiplicate i professori a cui mancano le scuole. E c’è un’altra statistica nella quale l’Italia supera troppo tutte le nazioni civili: la statistica dei carcerati e dei delinquenti. Alla quale se si aggiungono le statistiche della prostituzione, del vagabondaggio, dell’accatto-naggio, dei mestieri che non son mestieri, dell’emigrazione, e la statistica orribilmente indeterminata della miseria, c’è da meravigliarsi con noi stessi che abbiamo la coscienza sì tranquilla e tanto ozio e tanta fede nella Provvidenza da perdere tempo e pensieri dietro le combinazioni o le scissioni di sinistra o di destra. La plebe in Italia o è nemica dello Stato od offre in sé una tal maniera bruta d’indifferenza su cui le fazioni avverse alla nazione e alla libertà lavorano efficacemente. E qui la colpa è principalmente del partito della sinistra, il quale attrasse a sé quanto poté dell’elemento plebeo nelle gloriose file dei volontari; ma poi dimenticò la plebe. O, se non la dimenticò, fece peggio: blandì, e in parte guastò, con lodi e promesse pericolose, la plebe delle città, per trascinarla nelle lotte politiche: ma del reale malessere delle plebi così di città come di campagna non si curò mai; con la indifferenza o la incredulità alla questione sociale lasciò aggrupparsi e ingrossare il pericolo sociale. La sinistra italiana non ha creduto, non ha amato, non ha voluto far mai altro che la politica, e qui sta la sua colpa. Dov’è a sinistra o fra i democratici chi abbia ricercato e studiato seriamente le condizioni della plebe italiana? Dove sono gli animosi, intelligenti e severi affrontatori della questione sociale in Italia?”. E il Poeta così concludeva: “Oltre i termini troppo angusti e circoscritti e non poco incerti del Paese legale esiste il Paese reale che non vuole dimenticati gl’interessi suoi per gl’interessi dei partiti e delle persone; il Paese reale che non può sopportare di vedere ingannate e turbate le sue aspirazioni da combinazioni ibride e immorali; il Paese reale che ha il diritto di ricordare ai deputati che nel piccolo Montecitorio non si deve dimenticare e disconoscere l’Italia, la quale al di fuori guarda, attende e giudica”.

Tuttavia la Sinistra in Italia non può e non deve scomparire: deve solo cambiare atteggiamento e linguaggio, deve guardare a quelle classi sociali che sono le più bisognose di aiuto. Cristo, parlando ai poveri, agli ammalati, ai diseredati, diceva: “Io sono in voi e voi siete in me”. Ebbene, la Sinistra ascolti e faccia sue queste parole. Lasci stare i poteri forti, a cui a un certo punto si è attaccata per poter sopravvivere, i “padroni del vapore”, le banche, le industrie, gli intellettuali, la Scuola, e si volga alla “plebe” a cui accennava Carducci. Il resto lo farà la Destra: ad ognuno i suoi compiti e le sue responsabilità. Dalla fine dell’ultimo conflitto mondiale la Sinistra si è dichiarata unica e vera depositaria della cultura: sì, della cultura dell’odio, del livore, del rancore, della rivalsa, della vendetta e di tutto ciò che non ha niente a che vedere con la vera cultura. Così alla fine l’ha pagata e dalla luce che credeva di irradiare con la sua ideologia (di riporto) si è ridotta a un lumicino. Non ha ancora capito la lezione.

 

Che la sinistra goda mala fama

lo dice chiaro la parola stessa,

che il malaugurio simboleggia e chiama.

Lugubre e sciagurata profetessa,

 

la sorella legittima non ama

e di annunciar catastrofi non cessa.

La Destra, invece, il bene e il retto brama,

come pur dice la parola stessa:

 

ottimista, pacifica ed amica,

va porgendo la mano a questo e a quello.

Quell’altra, invece, eterna sua nemica,

 

giostrando con la falce e col martello

sempre pronta alla lotta s’affatica,

perché non ha né cuore né cervello.

 

Ora, fatta questa premessa, prendendo lo spunto dalla Lettera semiseria di Giovanni Berchet indirizzata ai neoclassici e ai romantici in lotta fra di loro, parafrasandola, satireggiando e capovolgendone i comportamenti, fra il serio ed il faceto e mantenendo lo stesso stile di quella famosa “epistola”, dico ai nostri politici:

 

Precipuamente mi rivolgo a voi, eccelse menti della Sinistra, miei degni e onorati Maestri, significandovi innanzitutto i segni della mia più viva ed eterna riconoscenza per gli alti insegnamenti di amor patrio, di verità, di carità, di tolleranza, di moralità e di giustizia che sempremai mi avete generosamente elargito nel corso della mia non immodesta esistenza, come che io, conciossiaché di piccola levatura uomo mi sia, mal mio grado pei triboli fuorviato per tal conveniente da voi disconsentire non ardisca.

Troppo lungo mi sarebbe enumerare le numerose benemerenze vostre, le tappe luminose del vostro cammino, le conquiste da voi realizzate in ogni campo dell’umano operare, ma io non sono all’altezza nemmeno di allacciare i lacci delle vostre scarpe gloriose, che pur rotte e lorde di fango tanta strada percorsero tra il soffiare del vento e l’infuriare della bufera, avanti, sempre avanti verso il sole radioso dell’avvenire; voi che in tutte le cose sempre vi moveste e vi movete per primi, non già per presunzione, per spirito di parte o per la smania di attaccar briga, ma perché voi siete previdenti e lungimiranti, tantoché in sui primi anni del primo dopoguerra, voi, che vedete le cose avanti ch’elle nascano, ben fiutaste per primi a quale rovina il regime che ancora non era nato avrebbe condotto il Paese. Perciò prendeste l’iniziativa, al solo e unico scopo di prevenire gli attacchi dei vostri avversari, ché se le loro erano “spedizioni punitive” le vostre erano “azioni preventive”, volte appunto ad evitare quel che poi accadde, purtroppo, in realtà.

E’ lì che ebbe la sua origine quell’ira funesta che ancor oggi divide e travaglia il nostro bel Paese, e che alcuni gazzettieri asserviti ad un usurpatore che mina alle radici la democrazia e la libertà, attribuiscono al clima che voi medesimi avreste determinato, quasiché voi, anime elette e giuste, fomite foste d’odio e di veleno, voi che d’altro mai non vi curaste se non del bene della collettività, alieni da interessi personalistici come dalle beghe e dalle risse comaresche che riempiono gli studi delle nostre reti televisive, dove altro non studiasi se non di primeggiare con l’insulto e la parola volgare.

Io quando vedo nei nostri quotidiani dibattiti la compostezza vostra, la vostra affabilità e disposizione ad un discorrere sereno, civile, costruttivo e tollerante delle opinioni altrui, la vostra apertura mentale e la vostra pazienza, che vi fa attendere in silenzio, senza minimamente interferire, mentre i vostri avversari, con quell’aria di eterne primedonne, son sempre lì a rimbeccare e ad insultarvi, se di ciò da un lato provo amarezza e vergogna, dall’altro mi conforta la speranza che a lungo andare il vostro esempio finirà col prevalere, dacché voi in ogni momento, in ogni caso e in ogni occasione, con l’aiuto provvidenziale della Giustizia, avete sempre dimostrato quanto si debba amare la terra che ci generò. La patria, dico, non gl’interessi personali o di partito, non le donzellette che vengono dalla campagna o dalla città, non i legami, le collusioni con associazioni pervertite e mafiose che mirano a distruggere lo Stato e la nazione tutta.

E voi, o menti abbrutite dall’odio, o gente rozza, ignorante, arrogante, intollerante e razzista, che ingrossate le file di una Destra rissosa e raffazzonata, guardatevi allo specchio, rivedetevi su quegli schermi, fatti da voi degli scherni, tribune di dileggio e strumenti di abominio e di prevaricazione, guardate quanto siete altezzosi e prepotenti, sempre pronti ad intervenire, a rimbeccare, ad offendere, con sulle labbra un risolino ironico e con la testa che fa continuamente no no, come a dire: “Ti sbagli, ti sbagli! Sta’ zitto tu che non capisci niente, vieni a lezione da me che t’insegno io come si governa”. A che v’immischiate in faccende che non vi competono, a che gettate lo scompiglio nel campo avverso quando già siete in discordia fra voi? Ammirate i vostri avversari, che davvero da ospiti si comportano in quei dibattiti, non da padroni di casa, sempre sereni e rispettosi, sì della lingua, sì del pensiero altrui. Non vi passa nemmeno per la testa che chi la pensa diversamente non è che una nostra appendice, che il dialogo con gli altri è sempre e comunque un dialogo con se stessi, perché l’uomo, ogni singolo uomo, in quanto animale dialettico, reca in sé medesimo tutti i contrasti, tutte le contrapposizioni e le contraddizioni, e che in ogni caso la differenza non sta nei contenuti ma nella diversa angolazione da cui la realtà e i suoi aspetti e problemi vengono osservati e nella diversità della soluzione che di essi viene data o proposta. Ma voi odiate i diversi, e in ciò perpetuate l’assurda e diabolica dottrina di una supposta purezza della razza, che tanto danno ha procurato nel mondo all’intera specie umana.

Se aveste la capacità di fare anche i ragionamenti dei vostri avversari, così come loro sono capaci di fare anche i vostri (tanto le loro menti sono aperte e sottili), se solo riusciste a pensare che in virtù di questa verità – l’esistenza, cioè, di un principio unico e solo, che per necessità dialettica si scinde in due pensieri, diversi ma solo apparentemente diversi – allora forse finalmente accogliereste il loro invito a sedervi seco loro a tavolino per discutere serenamente, da uguali, quali tutti siamo costituzionalmente, nel fondo dell’animo nostro, esaminando le due, le tre, le quattro possibili soluzioni, con calma, dignitosamente, come si conviene ad uomini non ad animali, o, peggio ancora, a delle bestie feroci.

Non potremo dunque mai avere una patria comune, un comune sentire, se non altro a conforto delle nostre comuni sciagure? Perché tanto disprezzo? Fate di piacere non solo al popolo vostro, che già vi segue, ma soprattutto a quello che potrebbe seguirvi domani, pascetelo di paro­le oneste e sincere, non di calunnie e di vento, conciossiaché da questo male, da quest’odio che sempremai affligge il nostro bel Paese, possa sorgere un giorno, dopo il fosco tramonto del sole del passato, un’alba nuova, di pace e di concordia fra tutti.

A che miri la parola mia voi lo sapete, perciò fatene senno e non permettete che codesto odio si sfoghi al vento. So che a tutti piace di onestare la loro disponibilità alla concordia con dei bei paroloni. Ma io non farò alcun conto di chiunque vada ritessendomi la solita canzone che l’Italia è un armento di venti popoli divisi l’uno dall’altro e che non c’è niente da fare. Se siete caldi di vero amore per la vostra bella Italia, levate l’orecchio e ascoltate. Udite come tutta quanta l’Europa e il mondo intero ne rinfaccia il presente decadimento della politica nostra. Fermatevi, in nome di Dio! Ponetevi una mano al petto, interrogate la coscienza vostra. E non la sentite anch’essa tremar di vergogna?

Ponete dunque fine agl’insulti villani, con che vi strapazzate fra voi, con che ne strapazzano quei popoli stessi che un tempo, o ne lodavano, o taciturni rodevansi d’invidia per i nostri trionfi. Alle calunnie non state ad opporre altro che la dignità del silenzio, e cadranno di per sé. Ma degli altri giovatevi, giovatevi comunque, e non li beffate. E recuperate la gloria della vostra terra col fare, non con il dire. Siate uomini, non cicale, e tutto il popolo intero vi benedirà. Non raccogliete gli appelli di certi lillipuziani, i quali, non trovando altro modo di scuotersi giù dalle spalle l’oscurità che li avvolge, si dànno a parteggiare nel seno della loro patria e van diffondendo, non solo entro le mura della casa comune ma anche fuori, nei paesi d’oltralpe e d’oltre oceano, prezzolando gazzette straniere, la sentenza universale di un’Italia sfasciata, in preda alla più sfrenata licenza. Emarginate codesti Cerberi esagitati e furenti che con la bava alla bocca, gli occhi fuori dalle orbite e gli artigli pronti a ghermire vogliono tutto distruggere, gettando benzina sul fuoco, e vedrete che riprenderanno modestia e abbasseranno i toni, inchinandosi alla suprema necessità. E più non parleranno col disprezzo che usano non solo verso gli avversari ma coi loro stessi compagni di strada. Imparate giustizia, ma sia la vostra una giustizia giusta, che operi sui fatti concreti, non sui sospetti, sulle supposizioni e sui teoremi; e senza il supporto di sicofanti, di pentiti e di spie”. (Dal Conciliatore nuovo).

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  • Mario Scaffidi Abbate

    Mario Scaffidi Abbate è nato a Brescia il 18 gennaio del 1926. Ingegno precoce e molteplice, fin da bambino ha mostrato predisposizione per la poesia, per il disegno e per la musica: a cinque anni cominciò a studiare il violino, sostituito in seguito dal pianoforte, nel 1936, avendo ascoltato dalla viva voce del Duce, vestito da balilla e inquadrato nel suo plotone, la proclamazione dell’Impero, scrisse su quell’avvenimento alcuni versi che il padre fece pervenire a Mussolini, il quale volle conoscerlo e gli strinse la mano nella famosa Sala del Mappamondo, a Palazzo Venezia. Di lì a sette mesi scrisse un’altra poesia dedicata a Giuseppe Bottai, in occasione della sua nomina a ministro dell’Educazione Nazionale, il quale gl’inviò una lettera di ringraziamento.

    Nel corso della sua carriera scolastica ha saltato tre classi: la quinta elementare, la seconda del ginnasio e la terza del liceo classico. A dodici anni vinse il primo premio in un concorso internazionale di pittura con un acquerello rappresentante una dama e un cavaliere. A Palermo ricevette la medaglia d’argento per aver riportato la migliore votazione fra tutti gli alunni della scuola, al liceo “Galileo” di Firenze ebbe fra i compagni di classe Giovanni Spadolini, nel settembre del 1943, ad Orvieto, si arruolò come legionario nei Battaglioni M della RSI.

    Ha esordito nella letteratura e nel giornalismo nel 1946, scrivendo articoli per il Corriere di Calabria e il Giornale di Sicilia e tenendo conferenze in due associazioni, la LI.AS.GO. (Libera Associazione Goliardica), di cui dirigeva il settore culturale, e la F.I.L.I (Federazione Italiana Liberi Intellettuali). È stato istitutore assistente al Convitto Nazionale “Tommaso Campanella” di Reggio Calabria e nel 1947 ha pubblicato un saggio, Sopra un’ode di Orazio, e un poemetto, La Virtù, in cui descriveva le discordie del nostro paese. Ha fatto parte della compagnia teatrale della città, debuttando come protagonista nella Locandiera e in Due dozzine di rose scarlatte e partecipando, nel 1948, ad un concorso al teatro “Rossini” di Pesaro come protagonista in Romanticismo di Girolamo Rovetta, piazzandosi, come singolo attore, al primo posto e ottenendo il plauso della giuria, presieduta da Anton Giulio Bragaglia.

    Conseguita la laurea in Lettere classiche nel 1948, ottenne una supplenza al Convitto Nazionale “Cesare Battisti” di Lovere, quindi al Convitto Civico di Castiglione delle Stiviere (in cui ebbe come alunno il futuro attore Mario Maranzana) e successivamente l’incarico al Convitto Nazionale di Roma, finché, vinto il concorso, ottenne la cattedra d’italiano e latino nei licei statali, mantenendo tuttavia alcune ore al Convitto Nazionale, in cui rivestì quasi sempre l’incarico di vice preside (e per un anno di preside alla scuola Media), nonché quello di segretario del Sindacato del Convitto Nazionale, contribuendo, insieme con un onorevole, alla statalizzazione delle scuole in tutti i Convitti Nazionali e all’accesso, come alunne esterne, anche alle donne.

    Ha collaborato per una trentina d’anni a diversi programmi radiofonici della RAI, leggeri, diretti da Luciano Rispoli (Gli amici delle 12, Cronaca minima e Girasketch), e culturali, diretti da Giovanni Gigliozzi e Giulio Cattaneo, con sceneggiati originali, di carattere storico (Le svolte della Storia, I grandi antagonisti, Al tempo di…) e linguistico (La parola alla parola! e Parole alla sbarra, in cui, primo e forse unico al mondo, ha dato voce alle parole stesse raccontandone la storia, e da cui Luciano Rispoli, plagiandolo, trasse la trasmissione televisiva Parola mia). Sempre per la RAI ha collaborato alla Terza Pagina del settimanale televisivo Trentaminuti giovani, ha recensito più di cento libri per la rubrica Libri ricevuti, con interviste ad alcuni degli autori, fra cui Salvator Gotta, Ungaretti e Bevilacqua. Contemporaneamente ha collaborato a due riviste, sempre della Rai, Sintonia e La radio per le scuole.     Ideatore di uno ‘sposalizio’ della poesia con la musica anche nell’insegnamento, è stato intervistato per la Rai da Pippo Baudo e Oreste Lionello nel corso di una sua lezione su Leopardi, mentre recitava il Canto notturno accompagnato dal Chiaro di luna di Beethoven.

    Lasciata la Rai, perché richiesto di iscriversi al Partito Socialista (c’era al Governo Craxi), ha svolto la sua attività presso altre reti televisive, realizzando programmi per la TEF di Perugia (fra cui Parola spia: fuori il verso! e rEstate con noi con Oreste Lionello) e partecipando ai dibattiti culturali di Teletevere e di Televita.

    Ha fatto parte del “Comitato Ministeriale per la salvaguardia della lingua italiana” (insieme a Tullio De Mauro e Giovanni Nencioni), ha scritto articoli per diversi giornali e riviste, fra cui Telesera, il Tempo, il Secolo, il Giornale d’Italia, Voce Romana, Umanesimo del lavoro e Ieri, oggi e domani. Ha collaborato alla “Grande Enciclopedia di Roma” con la voce “Imperatori”.

    Accademico Tiberino e membro della Norman Academy, ha ricevuto premi e riconoscimenti, fra cui il Premio Nazionale Excelsior, il Premio Nazionale Roma Alma Mater, il Premio Alma Pales, il Premio Excellence Award per il Giornalismo e il primo premio in un concorso internazionale per la poesia col volumetto Elogio della Follia. Ha diretto il periodico CULTURA (organo dell’Istituto Europeo per le Politiche Culturali, di cui era vice presidente) e il Conciliatore nuovo da lui fondato al fine di contribuire alla conciliazione degli Italiani, è stato vicedirettore della rivista bilingue MyTime, e attualmente collabora al quotidiano l’Opinione e a due riviste giuridiche, Foro Romano e Temi Romana. Ha coltivato anche la musica e pubblicato un disco con l’editrice Fonola, contenente due canzoni trasmesse dalla Rai.

    Ha al suo attivo un centinaio di pubblicazioni, senza contare i libri che sono rimasti inediti perché troppo intimi e personali. Fra quelli pubblicati, costituiti da romanzi, saggi, poesie, testi teatrali e traduzioni, i più importanti, oltre ai primi due sopracitati, sono: Caos, La scuola di Babele, Italieide, Matureide, Il mitico numero 7, L’Italia dei Caffè, (recensito su due reti della Rai con intervista all’autore e di cui è andato in onda un suo sceneggiato televisivo su Rai Uno), Il mondo dello yoga, Avanti march!, Elogio della saggezza (che gli è valsa la partecipazione al programma Uno mattina della Rai), Il mistero del Cristo senza croce, Le porte dell’Infinito, Il Signore si diverte, La grande bellezza degli Italiani, Lettera a una scolaresca, Brandelli d’Italia, Il Fascismo in presa diretta, I gloriosi Caffè storici d’Italia, La gatta (Anatomia d’un amore), Perdonami, papà, Fratelli d’Italia (Elezioni politiche 2018), la Bibbia in versi endecasillabi, sfrondata del superfluo, con una ricca introduzione critica, Convittiade, Italiani strana gente (in collaborazione con Arturo Diaconale), La nascita dell’Universo (una visione scientifica di Dio e della Creazione), “Nave senza nocchiere in gran tempesta” (storia d’Italia in versi dalle origini ai giorni nostri), Togliamo Cristo dalla croce (un romanzo su Michelangelo), I grandi mali della Santa Chiesa, La Divina Tragedia, In principio era la Parola (la Genesi a modo mio), Il calvario di un povero cristo alla ricerca di Dio, A te l’ultimo canto, Orestiade, Povera e nuda vai, o Poesia. Fra gli sceneggiati: Robinson degli oceani, Giovanna alla riscossa, Una storia vera, Robinson Crusoe, I Promessi sposi, Le mie prigioni, Sigmund, l’eroe vikingo.

    Per la Newton Compton ha tradotto e pubblicato: Tutte le opere di Orazio, l’Eneide (di cui è stata messa in scena una drammaturgia), le Bucoliche e le Georgiche, Le commedie di Terenzio (in versi), Tutte le opere di Seneca, Il fato e La superstizione di Plutarco e, sempre dello stesso autore, Consigli per i politici, L’arte di saper ascoltare e, dalle ‘Vite parallele’, Alessandro e Cesare, Demostene e Cicerone, Pericle e Fabio Massimo. Inoltre l’Orator di Cicerone, le Metamorfosi di Ovidio (in versi) e i Pensieri di Marco Aurelio. Tutte le traduzioni sono state ristampate via via in nuove edizioni, anche in e-book, dalla stessa casa editrice e alcune di esse da Mondadori, Rizzoli, Rusconi e Fabbri.

    Ha elaborato e messo in scena con Oreste Lionello tre commedie per il teatro (in cui ha debuttato anche nelle vesti degli autori): le Nuvole di Aristofane, l’Eunuco di Terenzio e Oblomov. Ha sostenuto la parte del Narratore (con testi suoi originali di contenuto storico e letterario) nella parodia musicale Il Gobbo delle Nostre Dame e in 30 anni di clamorosi successi (coi “Pandemonium”), offrendo anche al divertimento il suo contributo culturale.

PREFAZIONE

di Danila Perdichizzi

Innanzitutto ringrazio l’Autore per avermi offerto di scrivere la Prefazione a questo poemetto, nella quale ho inserito, in parte, una mia testimonianza di stima e di affetto tratta da un suo libro, Lettera a una scolaresca, in cui avevo tracciato un suo profilo. Il mio amore per la letteratura lo devo a lui che è stato mio professore d’Italiano negli ultimi tre anni del liceo scientifico al Convitto Nazionale di Roma. Insegnava al liceo classico ed era anche vicepreside e il Rettore di allora, Francesco Cocca, lo stimava molto e aveva con lui una tale confidenza che spesso durante la ricreazione passeggiavano insieme a braccetto lungo il corridoio. Ebbene, un giorno gli disse: “Alla sezione B dello scientifico c’è un insegnante, precario, d’Italiano che fa politica e trova sempre il pretesto per parlare dei diritti, delle rivendicazioni dei lavoratori, di scioperi e di altri argomenti che distolgono gli alunni dallo studio della letteratura. Vor­rei che quella classe la prendessi tu, in aggiunta alla tua del liceo classico, portandola sino agli esami di maturità”.

Ciò che mi ha sempre colpito del professor Mario Scaffidi Abbate è stata la sua grazia, una delle doti che si conquistano. Una persona può imparare ad essere gentile, educata, attenta, ma non può imparare la grazia. Quando recitava e spiegava la Divina Commedia l’aula diventava la piazza della Firenze del Trecento e la cattedra il palcoscenico di un teatro dove si muovevano dame e cavalieri, tra il rumore dei cavalli e il vocio di un mercato all’aperto. Lui, con la voce pacata e i modi d’altri tempi, con il viso impassibile, severo, ma al tempo stesso rassicurante, era lì a raccontare la bellezza e la grandezza della lingua italiana. E lo faceva con tutti i poeti, fra i quali insieme a Dante primeggiava Ugo Foscolo coi suoi Sepolcri, di cui trasmetteva in noi quelle emozioni che trasparivano nel suo volto, al punto che ogni tanto, leggendone certi passi, si fermava per un istante, per reprimere la commozione che gli scoppiava dentro.

Mi spiace di non aver avuto allora la coscienza di quello che stavo vivendo. Lui andava seminando nel giardino della mia anima qualcosa che con il tempo ha dato i suoi frutti. E di questo gli sono immensamente grata. Gliel’ho scritto, e lui, subito, con quella stessa grazia mi ha risposto.

Non era un professore come gli altri. Aveva fatto del suo lavoro la sua filosofia di vita. Le sue spiegazioni erano rivolte a noi alunni che attentamente lo ascoltavamo. Quando spiegava gli brillavano gli occhi, sia che descrivesse la bellezza del volto di Beatrice o lo smarrimento di Dante quando cade in amore per la sua donna. Non dimenticherò mai quel suo sguardo, lontano e profondo, mentre noi lo ascoltavamo, godendo della musicalità delle sue parole.

Vestito sempre di tutto punto, in un’epoca in cui i professori indossavano jeans e maglioncino per farsi accettare dagli alunni, quando entrava in classe non si poteva fare a meno di stare in silenzio. Qualcuno si preoccupava della interrogazione, nascondendosi tra le teste di quelli davanti, qualcun altro avrebbe voluto discutere dei problemi che affliggevano la nostra società, invece che della metrica del Petrarca, ma lui impassibile iniziava la sua lezione.

Lui non solo ha bene insegnato, ma lo ha fatto con una passione e una dedizione non comuni, cercando di trasferire in noi il suo amore per la poesia, la letteratura e l’arte. Se oggi riesco ad apprezzare e a capire la bellezza di un verso o di un libro è sicuramente merito suo. Noi non lo sapevamo, ma lui stava costruendo il primo substrato della nostra acerba conoscenza, stava gettando le fondamenta dell’edificio che ognuno di noi sarebbe diventato. Certo, ogni professore in qualche modo lo ha fatto, ma, vuoi per la materia, vuoi per la persona, lui ha lasciato in tutti un segno indelebile. La riprova di ciò è nelle parole di chi ha condiviso quel periodo con me.

Alla fine dell’anno scolastico il Rettore nelle sue note di qualifica (che allora tutti i presidi inviavano al Ministero della Pubblica Istruzione), in via del tutto eccezionale, gli diede una copia di ciò che aveva scritto su di lui.

Docente dotato di non comuni capacità didattiche e di vasta cultura, si è sempre dedicato all’insegnamento con senso di responsabilità e notevole impegno. I risultati conseguiti sono sempre stati pienamente soddisfacenti. Carattere serio e ponderato, rispettoso verso i superiori, pienamente cosciente della dignità del suo ufficio, mantiene con i colleghi e le famiglie rapporti improntati a cordialità e reciproco rispetto. E’ benvoluto e stimato dagli allievi che ne seguono, con profitto, l’insegnamento”.

Questo poemetto è in gran parte una parafrasi dei Sepolcri del Foscolo, dei quali l’Autore mette in evidenza alcuni passi che richiamano, in negativo, lo stato dell’Italia di oggi, con una ironia sottile, ma nel fondo benevola, che è un’altra delle sue doti particolari.

Danila Perdichizzi negli anni tra il 1975 e 1980 ha frequentato il liceo scientifico presso il Convitto Nazionale Vittorio Emanuele II e negli ultimi tre anni ha avuto come insegnante d’Italiano il professore Mario Scaffidi Abbate. È dalle sue “magnifiche” lezioni che iniziò ad appassionarsi alla letteratura e a scrivere poesie e racconti, uno dei quali, La bambina perfetta, è stato pubblicato.

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