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UN GIRO DI GIOSTRA – Viaggio nelle carceri del Bel Paese di un Sostituto Commissario Coordinatore di Polizia Penitenziaria

Perché ho deciso di scrivere questo libro, sinceramente non lo so. So solo che scrivere una storia, un racconto, un romanzo, è come svegliare quella parte di noi invisibile e leggera, l’anima, lei che può viaggiare libera senza contaminazioni e raggiungere ciò che noi non vedremo mai.

Ora, i ricordi si impossessano di me, delle mie esperienze in quel luogo vissuto, amato e oggi lasciato al suo posto consapevole di essergli appartenuto e legato come il nascituro al cordone ombelicale della madre. Una gestazione durata quarant’anni, fino a che non si sono rotte le acque e inevitabilmente separati. In quelle acque mi sono sentito balena e squalo ma fondamentalmente sono stato un delfino, amante dell’acqua limpida e molte volte avviluppato nelle reti di pescatori senza scrupoli. Come ho già detto in molti passaggi di questa storia, tante sono le cicatrici disseminate sul mio corpo, molte sanguinano ancora perché nel mio lavoro non si può essere sordi o indifferenti al cospetto della sofferenza causata e subita. La sofferenza non ha bandiere perché è frutto di un malessere che può essere sociale, familiare o politico. Noi lo differenziamo tra il bene e il male, Caino e Abele, Angeli e Demoni. Questo è l’indotto sociale, alimentato dal pregiudizio, perché, indicare la colpa al prossimo ti fa sentire autentico e a posto con la coscienza. È come non accendere l’interruttore della luce, vivere in penombra e credere che è più opportuno non vedere. In questo distacco naturale dalla città dolente ho smesso gli abiti di traghettatore, non sono più un Caronte, ho consegnato la zattera al giovane subentrante con la speranza che egli possa continuare ad incutere coraggio a quella parte di popolazione per la quale è legittimo pensare ad un possibile recupero sociale che potrà avvenire solo attraverso condotte umane, semplici dialoghi e la cognizione di intendere che l’uomo non è perfetto e chi è senza peccato scagli la prima pietra.

So solo che la vita continua e in essa è custodita la forza generosa di una grande esperienza che se riproposta può essere vivace strumento di rivoluzione contro la tirannia della consuetudine, insormontabile potere degli ignavi.

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Autore

  • Luigi Giannelli

    Nato a Parabita (Lecce) il 23 giugno 1960, è ispettore Superiore di Polizia Penitenziaria, in servizio presso la Casa Circondariale “Rebibbia Nuovo Complesso” Roma dal 1987.

    Ha inizialmente svolto, tra i tanti incarichi, anche quello di responsabile del Teatro collaborando con moltissimi registi agli allestimenti di numerose commedie, tra le più importanti: il Marat–sade regia di Antonio Campobasso 1989 – L’Esperimento regia di Giacomo Piperno 1996 – Commedianti regia di Anna Lezzi 1997. Ha portato in scena, in alcuni teatri italiani e in 29 Istituti Scolastici del Lazio, Lettera a un giovane detenuto di cui è autore e regista 2008-2009. Ha realizzato alcuni cortometraggi e videoclip tra cui Sono in carcere e siete venuti a trovarmi premio Giubileo 2000 del vicariato di Roma. Benemerito del Calcio, riconoscimento conferito dal C.R.L. – L.N.D. – F.I.G.C.

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